Accedi al sito
Serve aiuto?

Vene varicose: cosa sono


Per essere rappresentate su scritture figurate o su bassi rilievi fin dal tempo degli Egizi, la malattia varicosa è senza dubbio un’affezione che affligge l’uomo da tempo immemorabile.
Il termine “Varix” significa “storto”, e dunque una vena si definisce varicosa quando si presenta dilatata e tortuosa e quando il sangue in essa contenuto tende ad invertire il senso di scorrimento.

Il sangue che circola nelle vene varicose ha una caratteristica particolare: invece di essere indirizzato verso l’alto e quindi verso il cuore, per via dell’incontinenza valvolare che si viene a creare, ricade verso il basso, sovraccaricando le vene delle gambe e delle caviglie. Questa è la ragione per la quale chi è affetto da insufficienza venosa degli arti inferiori soffre particolarmente durante la posizione eretta prolungata o la sera; ed è sempre per la stessa ragione che le vene varicose devono essere eliminate, dopo che l’angiologo o il chirurgo vascolare, magari supportati dall’esame doppler, abbiano accertato tale inversione di flusso.

Le vene varicose non solo sono antiestetiche, ma sono anche dannose e a volte pericolose, come nel caso in cui si complicano dando luogo alla tromboflebite (la varice diventa rossa,dura e dolente) con gravi rischi per la salute. Il sangue che all’interno di esse refluisce verso il basso va a sovraccaricare il circolo venoso normale, determinando nel tempo alterazioni circolatorie irreversibili responsabili dei sintomi e dei segni clinici che caratterizzano l’insufficienza venosa cronica.

 

Vene varicose: chi colpiscono e quali sono le cause


Le vene varicose colpiscono prevalentemente il sesso femminile con un rapporto di circa 3:1, ed e’ una patologia prevalentemente familiare; per malattia familiare si intende che un soggetto nato da genitori con vene varicose, non è detto che  ne debba soffrire anche lui, ma  sicuramente ha più probabilità rispetto ad  altri  di ammalarsi di vene varicose.

La vera causa responsabile delle varici è ovviamente sconosciuta, ma è ormai certo che alla base di tale affezione venosa vi è un fattore predisponente rappresentato da una maggiore cedevolezza del tessuto elastico presente nella parete della vena (meiopragia del tessuto elastico), sul quale successivamente intervengono vari fattori facilitanti quali, l’obesità, la stazione eretta prolungata, la stipsi, le gravidanze  specie se ravvicinate, la sedentarietà e lo stile di vita in genere.

Un altro fattore che facilita la comparsa di vene varicose, spesso misconosciuto è rappresentato dall’alterato appoggio plantare (piede piatto, piede cavo, ecc). In tali casi è importantissimo correggere tale alterazione mediante un plantare ortopedico, in modo da permettere ai piedi di svolgere al meglio la funzione di cuore periferico. Nel camminare infatti si esercita una vera e propria spremitura  della suola venosa plantare  che imprime al sangue venoso del piede e della gamba una spinta verso l’alto; successivamente la contrazione dei muscoli del polpaccio insieme all’effetto aspirante esercitato dai polmoni durante la respirazione ne facilitano la progressione verso il cuore.

 

Vene varicose: i sintomi


La sintomatologia delle vene varicose è strettamente correlata alle varie fasi evolutive: la fase iniziale è caratterizzata da lieve senso di pesantezza alle gambe nelle ore serali che si attenua con il riposo a letto; leggero gonfiore delle caviglie (subedema), e dalla difficoltà di trovare una posizione di ristoro per le gambe durante il riposo notturno (gambe senza riposo).

Nelle fasi più avanzate il senso di pesantezza si tramuta in dolore ortostatico ed il sollievo alla deambulazione o ad arti sollevati diventa meno valido. Nelle fasi ancora successive compaiono pigmentazioni brune nella zona cutanea perimalleolare (dermatite emosiderinica), eczema varicoso (prurito), sino ad arrivare negli stadi più gravi alla  comparsa di vere ulcere della cute all’interno della caviglia .

 

Vene varicose: cure e rimedi


La terapia del paziente varicoso si fonda su vari punti: la chirurgia (stripping della safena), la flebectomia ambulatoriale di Muller, la radiofrequenza, l’Endolaser e la scleroterapia eco guidata con schiuma o scleromousse, la terapia farmacologica, e la terapia fisica (contenzione elastica, norme igieniche e comportamentali).

La terapia chirurgica classica è rappresentata dallo stripping della vena safena, che letteralmente  significa strappare la safena. Dopo averla legata chirurgicamente nei punti chiave mediante dei piccoli tagli all’inguine e all’interno ginocchio o alla caviglia, si esegue  in anestesia loco regionale  o  epidurale  e di solito  necessita  al massimo di un di un giorno di degenza in clinica.

La flebectomia chirurgica ambulatoriale è indicata sia come completamento della prima, sia per asportare le piccole varici collaterali della safena, quando quest’ultima sia ancora efficiente, e quindi non si rilevino reflussi venosi valvolari all’Esame EcoDoppler. La flebectomia ambulatoriale, quando indicata, offre il vantaggio dell’anestesia locale ed inoltre non espone ai rischi di eventuali cicatrici antiestetiche per l’assenza dei punti di sutura.

L’endolaser e la radiofrequenza, trattamenti questi molto praticati nei paesi anglosassoni, probabilmente per motivi di rimborso assicurativo, consistono nella bruciatura della vena safena (occlusione) mediante  l’introduzione di un catetere  all’interno della vena da cui si rilascia energia fisica (laser) o di calore (radiofrequenza , vapore) e normalmente non  ci sono  cicatrici; in alcuni casi si puo’ avvertire dolore  durante o nelle ore  successive all’ intervento.  Entrambe le tecniche  necessitano di anestesia  locale  che si esegue  mediante  delle iniezioni  cutanee lungo il decorso della vena da  trattare.   

La scleroterapia si basa sull’iniezione intravaricosa di sostanze irritanti le pareti del vaso per  farle collabire e aderire tra loro; (flebite chimica occlusiva) ed è indicata anche in quelle piccolissime microvarici fiammate, rosso-blu (teleangectasie) che affliggono tante donne sulla quarantina: sono vasellini che hanno un’importanza solo estetica e non influenzano assolutamente i grandi tragitti venosi. Tra queste la scleroterapia eco guidata con schiuma o scleromousse è l’unica  ad essere veramente  ambulatoriale  e  a dare  i maggiori vantaggi: basso  costo, non invasività, sicurezza, ripetibilità e assenza di dolore. Pertanto  negli ultimi anni  sembra  quella maggiormente utilizzata dai flebologi di tutto il mondo.  

E’ comunque necessario precisare che qualunque sia il tipo di trattamento a cui ci si sottopone, anche se ben eseguito e con la giusta indicazione, nel tempo altre varici possono ripresentarsi (varici recidive). Normalmente questo avviene nel 10-30% dei casi e le varici che si ripresentano sono sempre meno evidenti e meno sintomatiche rispetto a quelle che si avevano prima dell’intervento. In caso contrario o il trattamento eseguito non era il piu’ indicato o si e’ di fronte ad una forte predisposizione congenita a formare vene varicose.  

La terapia farmacologia è basata sull’uso di farmaci e integratori dietetici chiamati venotropi fra cui i più usati sono i bioflavonoidi. Questi farmaci dotati tra l’altro di ottima maneggevolezza e di scarsissimi effetti collaterali, non sono ovviamente in grado di guarire le varici, ma se utilizzati in modo corretto e soprattutto in associazione ai presidi terapeutici di tipo fisico (contenzione elastica, attività fisica e norme di vita e posturali), sono in grado di ridurre in modo significativo i sintomi e l’edema delle caviglie.

 

Vene varicose: consigli pratici


Al di là della terapia flebologica in senso stretto, bisogna dire che l’aspetto più importante nel trattamento del paziente flebopatico o varicoso, rimane comunque l’osservanza di elementari norme igieniche di vita e una regolare attività fisica. Il paziente deve essere cosciente dell’influenza negativa apportata dal sovrappeso, pertanto una corretta alimentazione utilizzando diete ricche di fibre vegetali correggerà anche la stipsi, altro fattore negativo per l’insufficienza venosa degli arti inferiori.

Se l’attività lavorativa costringe a rimanere per lungo tempo in piedi o seduti, è indicato compiere ogni trenta minuti dei movimenti di sollevamento sulle punte dei piedi per almeno quindici volte, in modo da attivare la pompa muscolo venosa del polpaccio. Anche durante i viaggi la posizione seduta va periodicamente interrotta per eseguire piccole passeggiate nei corridoi. Molto utile risulta pure sollevare leggermente i piedi del letto (10 -15 cm) mettendo un piccolo rialzo tra il pavimento e i piedi del letto.

Per quanto riguarda l’attività fisica e gli sport, molto indicati sono il camminare ed il nuoto, anche lo sci di fondo risulta utile; lo sci alpino va controindicato per il rischio traumatico, tuttavia può essere consentito agli esperti, utilizzando però un adeguato tutore elastico. La bicicletta non è indicata, così come non è indicato il sollevamento pesi in palestra o il tennis, che, provocando frequenti scatti e arresti, creano  bruschi aumenti della pressione all’interno delle vene contenute nelle fasce muscolari contratte; per lo stesso motivo, ed anche per il rischio traumatico sono controindicati gli sport di contatto (calcio, basket, rugby ecc.).

Infine veniamo ad uno dei più importanti luoghi comuni del colloquio con la paziente su ciò che deve o non deve fare  per non peggiorare la circolazione venosa delle gambe; essa spesso interloquisce con un “lo so dottore che il sole fa male!”. E’  bene chiarire una volta per tutte ai pazienti ma in particolare alle pazienti flebopatiche che il sole non fa male, è il calore diretto ad essere dannoso. Ci si potrà dunque abbronzare passeggiando in riva al mare, o mantenendo sempre le gambe bagnate, o ancora meglio  immersi nell’acqua sino a quasi l’inguine in modo da  sfruttare l’effetto linfodrenante  indotto dal massaggio dell’acqua. Assolutamente sono da evitare i teli da mare sulle gambe con l’obiettivo di mitigare l’effetto dannoso del sole; l’effetto serra che ne deriva aumenta la temperatura dell’arto, dilata le vene e quindi peggiora la situazione.

Sempre in tema di norme igieniche, infine, un breve cenno sull’utilizzo della contenzione elastica. Questa deve essere prescritta dall’angiologo, sulla base delle dimensioni dell’arto (circonferenza della caviglia e del polpaccio, non che della lunghezza) e soprattutto della pressione venosa ortostatica misurata con il doppler alla caviglia.
La calza elastica pertanto non può essere consigliata dall’amica, dalla collega o dalla farmacista, perché rischierà di non essere adatta al caso specifico e così la paziente sarà convinta di non tollerare la calza elastica mentre invece non tollera “quella” calza perché mal prescritta.
Inoltre bisogna ricordare di indossarle al mattino, prima di mettersi in piedi. Il consiglio pratico è di tornare a letto per 15’ dopo la toilette personale, e quindi di indossare le calze prima di lasciare il letto, oppure di spostare alla sera l’igiene personale.  
 
Massimo Gallucci
Via Po, 102
00198 - Roma
Roma - Italia
C.F. / P.Iva: GLLMSM62D29D086K
Tel: 06.44230520 / 340.3447748
m-gallucci@libero.it